Pedaggio autostradale moto, sì alla riduzione delle tariffe
Eh sì, dal primo agosto viaggiare in autostrada, con la propria moto, costerà meno, le tariffe sono state riviste al ribasso, così risparmieremo!
Ma siamo proprio sicuri?
Molte testate hanno riportato la notizia e, curiosamente, tutte allo stesso modo, quasi con le stesse parole. Peccato che sia una menzogna.
Innanzi tutto le tariffe non sono affatto cambiate né cambieranno. Se prendo il biglietto dell'autostrada con la moto, e lo presento all'uscita, il conto continuerà ad essere lo stesso di prima, quello applicato anche alle auto e, detto tra noi, stratosferico anche per le auto. Quindi le tariffe non sono cambiate.
Se vuoi spendere meno, nessuno sa se il 30% o un terzo, sembrano numeri tirati a casaccio, se vuoi spendere meno, dicevo, devi avere il Telepass.
- Figo! Io ce ho già, quindi inizierò a risparmiare!
No. Quello che hai, che fino a ieri hai utilizzato per la macchina e per la moto, continuerà a funzionare come prima, quindi applicando la tariffa per le auto anche se transiti con la moto.
- Allora?
Semplice: devi farne un altro.
- Ah beh, che cosa ci vuole, lo faccio subito e inizio a risparmiare.
Ecco, così va meglio, però c'è un problema: il telepass, l'apparecchietto che se gli aggrada fa bip e fa magicamente alzare la sbarra, non è gratuito, anzi, per averlo devi sborsare almeno 15 Euro all'anno.
Chiamiamo, quindi, le cose con il loro nome: questa è una promozione per vendere nuovi Telepass ai motociclisti, la maggior parte dei quali ne ha già uno.
- È una promozione, quindi conviene!
Vediamo: considerato che chi viaggia in moto prende raramente l'autostrada, va da sé che per molti di noi, per tutti coloro che non spendono almeno 50 Euro all'anno di autostrada, sarà conveniente continuare a pagare la tariffa piena; per la stragrande maggioranza degli altri, questa decantata riduzione si concretizzerà in un risparmio effettivo di pochi euro all'anno.
Allora perché tutto questo rumore? Perché dare la (non) notizia con tanto entusiasmo?
Come ho scritto sopra, quasi tutti hanno usato le stesse parole per dare la notizia, in un copia-incolla generale dal comunicato stampa emesso da... mah non si sa, però qualche sospetto ce l'ho.
A parte Il Giornale, che per ovvi motivi si limita a riportare che la richiesta all'Aiscat è partita dal Ministero dei Trasporti, tutti gli altri assegnano la paternità dell'iniziativa alle seguenti persone:
- Ministro dei Trasporti Graziano DelrioPartito Democratico
- ex Ministro dei Trasporti Maurizio LupiAlternativa Popolare
- viceministro dei Trasporti Riccardo NenciniGruppo per le autonomie
- sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De CaroPartito Democratico
- Presidente del gruppo interparlamentare Amici delle due ruoteVincenzo Garofalodeputato Alternativa Popolare
- Presidente dell’Authority indipendente per la regolamentazione dei Trasporti Andrea Camanzinominato da questo governo
Tutti facenti parte o comunque molto vicini a questo governo.
Non sono un biker da sterrato. Potrei esserlo ma mi mancano solo tre cose: la moto, le gomme e la capacità. Il resto c'è tutto.
Eppure ieri, da Upega a Limone, sulla Via del Sale, ho passato una bellissima giornata in moto sullo sterrato.
In moto ho sempre preferito la libertà che solo la solitudine ti può dare. Eppure ieri ho passato una bellissima giornata in moto con altre undici persone.
Avevo già percorso la Via del Sale alla fine di agosto di un paio d'anni fa in solitaria, da Limone a Monesi. Ero rimasto così affascinato dai panorami, dalla natura incontaminata, dagli ambienti quasi lunari che avevo incontrato tra il Colle della Boaria e il Rifugio Don Barbera che avevo promesso a Roz di portarcela, ma dentro di me mi ero anche ripromesso che non avrei mai più affrontato sterrati così lunghi e con parti così impegnative.
Il tracciato della Via del Sale
Quando Enrico ha proposto al gruppo di amici un giro sulla Via del Sale, sono stato dibattuto tra il lasciar silenziosamente cadere l'invito, mantenendo la promessa di non affrontare più sterrati impegnativi, oppure l'accettarlo portando con me Roz, mantenendo la promessa di mostrarle una delle più belle strade del mondo.
Ho preferito non mantenere, anche questa volta, la promessa fatta a me stesso e mi sono impegnato a riaffrontare la Via del Sale, questa volta con la responsabilità di una persona a bordo.
Ieri era il giorno e ci siamo trovati in dodici su dieci moto. Qualcuno di questi, cui non manca nessuna delle tre cose che mancano a me, ci ha raggiunto avendo già affrontato il Passo di Tanarello.
C'era tutto: moto stradali, da enduro, da deserto... bikers più o meno esperti e un paio di splendide zavorrine.
Ma se nei miei giri, solitamente, non amo né lo sterrato né i gruppi numerosi, perché ieri per me è stata una così bella giornata?
L'ho capito proprio mentre faticavo a mantenere nella corretta direzione la mia moto, senza le gomme adatte e senza le altre cose: a meno che non si sia enduristi capaci e con esperienza, le difficoltà insite nei percorsi su sterrato richiedono un livello di protezione più alto, che solo il gruppo è in grado di offrire.
Il rischio di cadere è maggiore, rispetto all'asfalto; la possibilità di rompere qualche cosa o anche solo di bucare, è molto più alta. Infatti ieri non è mancato chi ha coricato la propria moto nella polvere e chi ha forato. Immediatamente il gruppo si è stretto intorno agli sfortunati e ha neutralizzato ogni inconveniente.
Come nel branco, i lupi più forti hanno protetto quelli più deboli o in difficoltà.
Il riassunto... filmato
Per questo motivo stavo viaggiando più leggero, senza la tensione che avevo provato due anni fa. Non dico che sentivo di poter osare, ma sapevo di avere la possibilità di sbagliare. Poco, ma un po' potevo sbagliare.
Da solo non me la sarei proprio sentita di portare un passeggero in luoghi così belli ma così impervi e nel mezzo del nulla; in gruppo, invece, è stato tutto naturale, normale.
In gruppo, quindi, è meglio, e se il gruppo è quello con cui ho avuto la fortuna di viaggiare, allora non è più solo meglio ma diventa perfetto.
La zona è quella della lavanda, il periodo è quello della sua fioritura, che vuoi fare? Ci sono andato.
Però, da cultori del buon vino e del buon cinema, insieme a Roz ne abbiamo approfittato per seguire le orme di Max e Fanny, i protagonisti di Un'ottima annata, un film di Ridley Scott con Russell Crowe e Marion Cotillard basato sull'omonimo romanzo scritto da Peter Mayle.
Il film è ambientato principalmente a Bonnieux, nel Château La Canorgue, dove viene prodotto del buon vino in un ambiente fantastico.
Peccato che il château non sia visitabile, però è comprensibile: ci abitano i proprietari.
Non aspettatevi un castello, noi l'avremmo chiamata villa. Ma che bella villa!
Scene dal film
Una visita alla cantina e, compatibilmente con gli spazi in moto, un piccolo acquisto, non ce li siamo fatti sfuggire.
Partiamo proprio da Bonnieux, nel Luberon, la zona di Apt.
Un giretto su e giù per il paese, colazione al belvedere e poi si parte, per fermarsi dopo pochissimi chilometri, proprio alla cantina del Château La Canorgue.
Il giardino, tra le vigne, con fontane, prati, il pergolato di vite e i filari di lavanda, vale da solo la visita.
La cantina, o meglio lo spazio riservato alla vendita del vino, trova posto in una costruzione separata dalla villa. Personale gentilissimo presenta il vino e invita alla degustazione. Noi ci siamo stati alle nove del mattino: siamo andati sulla fiducia.
Finita la visita, si riparte sulle stradine in mezzo alle vigne, e su belle strade veloci, per un alto luogo utilizzato per le riprese: Gordes, con il suo Hotel le Renaissance dove Ridley Scott ha ambientato il bistrot di Fanny (ma non pensate di fermarvi se non avete con voi una buona carta di credito!) e il Cafe de France, dove c'è la fermata del bus in cui Max consegna la lettera a Christie e un impareggiabile panorama sul Luberon.
In effetti è un magnifico borgo arroccato intorno ad uno stupendo castello che richiama turisti da ogni parte del mondo: una visita rapida per noi è sufficiente: ci piacciono le strade, lì intorno.
Sulla piazza principale troviamo le indicazioni per l'Abbaye de Sénanque, un'abbazia dedicata a Notre Dame de Sénanque fondata, dai monaci cistercensi nell'undicesimo secolo e a tutt'oggi da questi gestita e mantenuta grazie ai proventi della coltivazione e lavorazione di uve e lavanda.
Il luogo è molto bucolico, in fondo alla valle e circondato da vigne e filari di lavanda: essendo in zona sarebbe un vero peccato perderselo.
Il numero di turisti è alto ma gli spazi sono ampi e una visita è tranquillamente affrontabile.
La strada che porta alla abbazia è stretta e a senso unico. Se siete fortunati non incontrate giapponesi, con macchina a noleggio, che non l'hanno capito. Quindi: occhio!
Ripartendo dall'Abbaye de Sénanque, visto il percorso obbligato, vi troverete vostro malgrado ad attraversare un piccolo passo: il Col des Trois Termes. Da lì potrete decidere se prendere per Avignone, la città dei papi, per Russillon, il Colorado della Provenza, oppure per Manosque e Valensole, il cuore della zona della lavanda. Dimenticavo: il vino di Château La Canorgue, il Coin Perdu, l'abbiamo comprato ma non ancora assaggiato: deve riposare ancora due anni. Al momento non sappiamo, quindi, se sia buono o se la sua fama sia solo il risultato del battage pubblicitario ottenuto dal film. D'altra parte, qui non parliamo di vini ma di strade e queste di cui vi ho accennato sono eccezionali.
Per il vino... vi faremo sapere.
D'estate uscire in moto è più bello, quindi il lavoro di programmazione del sito rimane un po' indietro ma, nonostante tutto, l'evoluzione di Strade da Moto non si ferma nemmeno d'estate.
Magari rallenta un po', per godersi il panorama, ma non si ferma.
Ora è a disposizione la Motogallery. Clicca su Extra - Motogallery, qui in alto...
Le foto dei nostri ferri, esposte come semplici argomenti di piacevoli discussioni, senza parole: solo la sintesi di idee, gusti, di qualche prodezza e, soprattutto, del senso di appartenenza a questa comunità su due ruote.
Foto in posa, artistiche, estreme, evocative...
Chiunque arrivi sulla pagina le può vedere tutte; gli utenti registrati possono esporre la foto della propria moto e contattare i proprietari delle altre; infine, chi ha esposto la propria moto, può indicare quali sono le altre che gli piacciono.
Lo so, le foto, pardon, le moto, sono ancora poche, quindi, se non l'hai ancora fatto, registrati, poi metti nel tuo garage di Strade da Moto una foto del tuo ferro e indica quali altre moto (o anche solo foto) ti piacciono.
Un giorno, quando ci ritroveremo, conteremo tutti i mi piace e chissà, magari offriremo da bere a chi ne avrà collezionati di più!
Il mio tour in Austria e Tirolo, meteorologicamente parlando, ha vissuto alterne fortune, corrispondenti sempre all'opposto delle previsioni, al punto che ho dubitato che i satelliti utilizzati dai vari servizi di previsione del tempo fossero ancora al loro posto. Di fatto, durante i due giorni in cui erano previsti questi passi, più gli spostamenti da Strassen, in Austria, a Lecco, ho visto pioggia, grandine, neve e tempesta. Ho così dovuto saltare il Gavia (causa neve) e l'Aprica (causa orchite).
Dell'esperienza fatta, sott'acqua, mi sono rimaste, comunque, molte sensazioni positive e la voglia di tornare a ripercorrere un paio di quelle strade, magari al sole, e la curiosità di provarne una che ho saltato: il Passo di Gavia.
L'itinerario parte e finisce in Italia e prevede uno sconfinamento in Austria, anche su strade soggette a pedaggio ma niente paura, non siamo in Italia: con 5,10 euro acquistate la vignetta che vi permette di scorrazzare per 10 giorni con la vostra moto su tutte le strade dell'Österreich.
La prima strada che affrontiamo è un passo che, visti gli altri in sua compagnia di questo giro, sembra di riscaldamento ma è degno di tutto il rispetto: 2.100 mt e un percorso tra i boschi che mantiene alta l'attenzione per tutto il tempo: il Passo di Monte Giovo.
Durante il mio giro, dopo pochi chilometri una pioggerella fine ha battezzato una giornata fatta d'acqua e grandine ma, da quello che ho visto, il percorso è piacevolissimo sia a salire, da Vipiteno, sia a scendere verso San Leonardo e la folta vegetazione garantisce un viaggio fresco anche sotto il solleone.
Foto dal sito dell'hotel
Da queste parti siamo in Italia ma si parla orgogliosamente il tedesco. Così il rifugio che c'è sul piazzale in cima al passo reca la scritta Zimmer Restaurant Jaufenhaus. Se vi rivolgete in italiano il personale vi guarderà un po' come se foste dei piccoli, inutili e fastidiosi italiani e vi risponderà con un italiano ostentatamente stentato ma con il tono di chi si sta sforzando di spiegarvi che non potete capire.
La grandine non mi ha dato modo di apprezzarli ma, a detta anche degli altri motociclisti che ho incontrato sotto la tettoia e dentro al bar del rifugio, i panorami devono essere fantastici. Il fatto che la strada sia ricchissima di curve e tornanti ben arrotondati, invece, l'ho visto da me.
Ridiscesi 1.500 mt in 19 km, a San Leonardo in Passiria seguiamo le indicazioni per il Passo del Rombo, che, da queste parti, si chiama Timmelsjoch. Ci porterà in Austria e, così come il Grossglockner, è una strada a pagamento: 14,00 Euro che, paragonati ai 25,50 del Grossglockner, non sono niente.
Una piccola parte del Rombo...quando fa bello
Forse si era già capito dal mio post precedente ma questo passo mi è piaciuto molto di più del Grossglockner. È più selvaggio e difficoltoso e le mie vertigini sono state messe a dura prova!
Quasi una quarantina di tornanti tutti impegnativi, molti senza protezioni su vuoti impressionanti e viste mozzafiato (e io l'ho fatto sotto la pioggia e con scarsa visibilità!).
Sul lato italiano, i primi tornanti, stretti e veramente ardui, non devono spaventare più di tanto: il resto del percorso, pur non essendo mai da sottovalutare, è meno difficoltoso.
Le viste sono mozzafiato e, a parte i soliti spericolati, anche gli altri motociclisti si muovono con calma, non si sa se per prudenza o per godere della vista.
Il percorso è disseminato di punti di osservazione dall'architettura molto particolare, sempre molto ben integrati nel paesaggio, quasi ad annunciare l'avveniristica costruzione che troveremo più avanti, vicino al casello, già ampiamente in territorio austriaco, dov'è ospitato il Museo della Moto (e dei motori in genere), una struttura costruita appositamente e inaugurata nel 2016. Dai suoi 2.175 metri è il più alto museo della moto d'Europa. L'ingresso costa 10,00 Euro.
Oltre 230 moto classiche presentate in 3.000 mq: un'ottima occasione per far brillare gli occhi approfondendo la propria cultura dei motori.
Poco dopo il casello il percorso del Passo del Rombo finisce e io concluderei riportando alcune informazioni:
testimonianze archeologiche dimostrano che il passaggio era già noto almeno nel 300 a.c.;
la difficoltà del lato italiano fa sì che l'accesso sia proibito a mezzi di grandi dimensioni (autobus e camion oltre i 10 mt.);
l'esposizione a eventi meteorologici anche violenti consiglia di informarsi, prima di partire, circa le previsioni meteo (dopo questa esperienza aggiungerei "... per quel che può servire!").
Da dove finisce il Rombo, Obergurgl, iniziamo un tratto di trasferimento che ci prenderà circa un'ora, per circumnavigare il Wildspitze, la seconda montagna più alta dell'intera Austria dopo il Grossglockner.
Un centinaio di chilometri salendo verso nord attraverso la valle Ötztal (quella di Otzi, la Mummia del Similaun) e ridiscendendo verso sud sulla Reschenstrasse, la strada per Resia.
Prima di giungere al Passo di Resia attraversiamo, quasi senza accorgercene, la cresta del Finstermünz, scartando a sinistra verso la località di Finstermünz, appunto, per evitare di finire in Svizzera. Quasi tutti i 100 km che ci portano qui sono composti da tratti di strada la cui guida è molto rilassante: pochi paesi, nessun tornante, tante belle curve veloci su un fondo quasi sempre da biliardo.
Il Passo Resia, che ci riporta in Italia, offre una guida veloce (nei limiti!) e divertente, con ampi curvoni (e qualche rettilineo di troppo). La vista del campanile del villaggio sommerso nel lago artificiale, incorniciato da un magnifico panorama della valle, da solo ripaga ampiamente dei 100 km appena fatti per giungere fino a qui.
Ma qui, noi, non ci siamo venuti solo per questa strana quanto incantevole vista. Noi siamo passati da qui perché ci aspetta il passo più alto d'Italia, il secondo d'Europa: il Passo dello Stelvio.
Arrivando da nord mi sono stupito quando ho letto il cartello 48° Kehre tornant, ma quando sono arrivato al cartello 1° Kehre il mio stupore si era, già da un po', trasformato in incredulità: tutti i tornanti sono simili, strettissimi e intervallati da rettilinei più o meno lunghi. Fino alla cima, praticamente, è come se non ci fossero curve, non ci sono vie di mezzo: tornante, rettilineo, tornante, rettilineo... in uno slalom che pare non finire mai ma che permette di salire di 1.230 mt in soli 5 km in linea d'aria (che sono la differenza d'altitudine e la distanza che separano il tornante 48 dal passo) in 16,7 km, quindi con una pendenza media di poco superiore al 7%.
Io, essendo partito da più lontano, mi sono fermato a dormire nell'ultimo hotel prima del passo, che si trova in corrispondenza del 22° tornante, il Berghotel Franzenshöhe. Il luogo è senza dubbio magnifico e l'hotel, costruito nel XIX secolo, abbastanza ben tenuto; se ci si trova a doversi fermare è un buon posto ma, diversamente, non mi sento di consigliarlo come tappa pianificata: non c'è riparo per le moto, le camere necessiterebbero di qualche restauro e le porzioni al ristorante non sono proprio... generose.
Dopo aver pernottato, nonostante le previsioni sono ripartito sotto la neve. Purtroppo il meteo, così inclemente, ha rovinato anche il passaggio sullo Stelvio: la neve in terra e dal cielo, insieme al freddo e all'umidità che si accanivano ad appannarmi gli occhiali, hanno reso difficile e impegnativa la guida e non mi hanno permesso di apprezzare i panorami.
La discesa, verso Bormio, con la diminuzione della neve e l'aumento delle temperature, si è fatta man mano più semplice e gradevole.
Mi resta il ricordo di una strada incredibilmente impegnativa e interessante, lunga e faticosa ma che sa ripagare con viste e sensazioni che ho trovato in pochi altri posti, tra cui, poche ore prima, sul Passo del Rombo.
Giunti a Bormio non si può non vedere il cartello marrone che indica, a sinistra, il Passo di Gavia. Dopo essere sceso dallo Stelvio innevato e considerato che il Gavia è solo 100 mt più basso, ho deciso di tirare diritto e tornare mestamente a casa, promettendomi però di tornare, per assaporare, nuovamente e meglio, queste strade e per godere finalmente quei panorami che questa volta non sono riuscito a vedere.
Intanto, non fosse altro che per far dispetto al meteo, tutto ciò che ho visto e tutto ciò che ho immaginato ve l'ho raccontato lo stesso.
Passo di Monte Giovo
da Vipiteno fino a dove ho potuto filmare