domenica 10 maggio 2020

La cavaliera

Era un cavaliere della strada e quello era il sessantunesimo giorno della nuova era.
Tutto era cambiato e anche il tempo aveva modificato i suoi ritmi, tanto che pareva ormai che fosse così da sempre e che per sempre sarebbe rimasto tutto così.
Invece era cambiato tutto tranne il tempo, che non è mai stato uguale a sé stesso e che non ha mai dato un minuto uguale ad un qualsiasi altro.

La paura governava la nuova vita, ce n'era ovunque e dove non c'era, qualcuno la portava prontamente; si trattava della paura più temibile: la paura dell'altro.

Magari, un giorno, storici complottisti scopriranno che era costruita in laboratorio da chi sapeva usarla a proprio vantaggio ma per adesso, al cavaliere della strada, sembrava paura vera, tanto che nessuno usciva più dal proprio buco; erano state abolite tutte le espressioni di affetto non verbale e, per uno strano gioco degli equilibri, erano diminuite anche le espressioni verbali di odio, prima molto in voga e nella nuova era, stranamente fuori moda.

Al di là dei complottismi, in effetti si trattava di paura vera, come "reazione razionale ad una situazione sconosciuta", e man mano che la situazione si faceva più chiara, la paura lasciava il posto a una nuova sicurezza, mentre leggi speciali imponevano, in modo piuttosto schizofrenico ed irrazionale, limitazioni al movimento e all'espressione, anche degli affetti.

Le strade erano deserte mentre il sole splendeva e tutti i cavalieri della strada, che dapprima sacrificarono il loro desiderio di viaggiare, iniziavano a dimostrare la loro insofferenza verso l'isolamento ma soprattutto verso le leggi speciali. Fu così che, improvvisati legulei, iniziarono a cercare tra le pieghe dei regolamenti il modo per poter tornare a cavalcare la propria libertà ma le leggi erano scritte così male che era difficile perfino interpretarle.

Quel sessantunesimo giorno però, la paura era stata ormai quasi completamente sostituita dalla sicurezza in sé stessi e dalla fiducia nel futuro. Alcuni cavalieri della strada, chi più spavaldamente e chi ancora un po' timoroso ma dei regolamenti, provarono ad uscire dal proprio buco. Si inventarono le scuse più assurde per un'uscita in strada, nuovi parenti, passeggiate (a piedi!) nei boschi, visite al maniscalco per manutenzioni fino a quel momento trascurate...

Insomma, quel sessantunesimo giorno, le strade rividero i cavalieri della strada. Non moltissimi, in realtà, ma nemmeno pochi, e la cosa strana era che nessuno ne fosse stupito.
C'era anche lui, anche se un po' incerto perché le sanzioni previste dalle leggi speciali erano molto pesanti, così quando passò davanti ai guardiani della legge il suo cuore saltò un paio di battiti ma loro... non lo avevano nemmeno considerato. E più s'inoltrava verso le più belle strade da cavalieri, più cavalieri incontrava e proprio in cima un'altra pattuglia di guardiani lo ignorò sia all'andata sia al ritorno.

Ormai era convinto, la sua mente era tornata sgombra dai nuvoloni del terrore, la paura era sconfitta e stava tornando la normalità. Finalmente avrebbe potuto rivivere come prima, anzi, meglio di prima, perché tutto quanto è successo in quei sessanta giorni non può non aver insegnato qualcosa a tutti.

Finisce così il sessantunesimo giorno e finisce anche la prima forma di disobbedienza civile messa in pratica da alcuni cavalieri e assecondata da chi rappresenta l'obbligo di obbedienza.
Al rientro i cavalieri ricevono la notizia che un altro cavaliere, di un altro ordine, anzi una cavaliera, ha finito anche lei un'epoca di privazioni, un'epoca molto più lunga fatta di restrizioni molto più pesanti.
Alla notizia fanno seguito reazioni di gioia e espressioni di sollievo; ma c'è anche chi esprime, sempre più forte, odio verso chi ha corso il rischio che succedesse quel che è successo (e anche di peggio) solo per aiutare chi riteneva ne avesse bisogno, chi si lamenta dei costi che ciò ha comportato, addirittura chi sostiene che le scelte della cavaliera fossero dettate da discutibili gusti sessuali...

A quel punto i cavalieri, tutti, di qualsiasi ordine, capirono che tutto stava ritornando come prima e non riuscirono ad esserne felici.

venerdì 1 maggio 2020

Critica della critica

Chi legge i miei articoli sa che, secondo me, ognuno è libero di vivere la propria moto, qualsiasi essa sia, come crede, senza che alcuno possa permettersi critiche meno che costruttive, propositive, perché quando le critiche non sono costruttive, allora automaticamente sono distruttive.

Non esiste una via di mezzo.

Mentre lo scopo di una critica costruttiva è la ricerca del confronto, di soluzioni migliori o maggiormente condivisibili, la critica distruttiva serve semplicemente a mettere a disagio colui che ne è bersaglio, non è nient'altro che la provocazione di chi cerca di affermare la propria superiorità; è il gioco di chi è convinto che per rimanere a galla sia necessario affondare l’altro ma è proprio chi ha tale convinzione ad avere un problema di autostima, mentre l'oggetto delle sue critiche è la tela sulla quale proietta tutta la propria frustrazione interiore.

Trovandomi ad amministrare (fortunatamente non da solo) un gruppo FaceBook che è diventato molto numeroso, mi scontro giornalmente con critiche di ogni genere e, mentre quelle costruttive danno gusto alle discussioni, quelle distruttive, appunto, le distruggono.

Commenti a foto del tipo "Quello scarico fa proprio schifo" così come "...e togli quel bauletto di merda..." per non parlare dei tentativi di portare il confronto su terreni diversi, su quello politico come sul piano personale, sono critiche che non offrono alcuna possibilità di dialogo né di crescita, sono distruttive, non inutili ma dannose per il buon vivere comune.
Mi è capitato, e purtroppo mi capiterà ancora, di doverne cancellare e anche di estromettere membri del gruppo che proprio non riuscivano ad adattarsi al quieto convivere.

Con questo articolo desidero rivolgermi a tutti gli altri, coloro che sono bersaglio di critiche distruttive: la distruttività della critica è inversamente proporzionale alla capacità di reagire in modo positivo da parte di chi ne è bersaglio. Mi spiego: ad una critica (qualunque essa sia, costruttiva o distruttiva) possiamo sempre reagire in tre modi: in modo costruttivo, in modo distruttivo o ignorando completamente la critica.

La cosa da non fare mai è mettere in pratica reazioni distruttive: a fronte di critiche costruttive ribaltano la situazione mentre non fanno altro che alimentare la potenza distruttiva di chi critica negativamente.
La reazione costruttiva non è sempre facile, a volte è quasi impossibile, e prevede che alla critica vengano opposte spiegazioni e domande di chiarimento circa i commenti espressi, ad esempio: "Non ti piace il bauletto? Sai io uso la moto per fare viaggi lunghi e, sinceramente, senza non saprei come fare. Forse è antiestetico ma lo trovo molto comodo. E tu, come fai per i lunghi viaggi, magari in due?" oppure "Mi dispiace che non ti piaccia lo scarico che ho messo alla mia moto, io l'ho scelto perché mi piaceva il sound e non lo trovo poi così brutto...".

La reazione più semplice (e spesso più efficace) è l'indifferenza: ignorare tali commenti, lasciarli cadere nel vuoto, permette di spegnere sul nascere ogni tentativo di provocazione e sottolinea l'inutilità della critica e, di conseguenza, la stupidità di chi l'ha formulata.

Quindi, non mi rivolgo alla minoranza ma alla stragrande maggioranza: isoliamo chi non è capace di convivere, di dialogare, di rispettare, non permettiamogli di rovinare le nostre vite con la loro tossicità. Se non abbiamo più voglia di dare il buon esempio, almeno ignoriamo il loro.

Per finire, per spiegarmi meglio, voglio riportare una storiella che ritengo molto chiarificatrice:

Una madre, un padre ed un figlio di 12 anni decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Partirono tutti e tre con il loro asino.

Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato. Lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano".
La moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio. Sali tu sull'asino". Il marito la ascoltò e salì sull'asino.

Nel secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo. Lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa".
Il marito così chiese alla moglie di salire mentre lui ed il figlio tiravano l'asino.

Anche nel terzo paese, il solito mormorio. "Pover'uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino. E povero figlio! Chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!". Sconfortati, decisero di salire tutti sull'asino e continuare il loro viaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta. gli spaccheranno la schiena!". Seccati dalle critiche, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.

Ma le critiche non finirono. Arrivati al quinto paese udirono delle persone ridere tra loro: "Guardate quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!"