giovedì 7 giugno 2018

Elogio del giro in solitudine

Ci sono attività che devi fare da solo e altre che, da solo, non le puoi proprio fare.
Poi ci sono le attività che danno piacere e si ritiene che ne diano di più se condivise con qualcun altro; attività come mangiare, bere, fare sesso... e anche viaggiare, farsi un giro in moto.

Ma non è sempre vero.
Innanzi tutto, qualcun altro non può e non dev'essere qualsiasi altro ma qualcuno con cui ci piace condividere proprio quell'attività, poi, in ogni attività ci sono aspetti che è possibile cogliere solo in solitudine.


Chiunque abbia fatto un giro, un bel giro in moto sa bene che, viaggiando, la solitudine comporta dei vantaggi reali: potersi fermare tutte le volte che lo si desidera (e soltanto quelle); scegliere dove fermarsi e che cosa visitare senza dover mai scendere a compromessi; essere in qualche modo invogliati a socializzare con gli indigeni.

A volte la solitudine si trasforma in nuove amicizie che, quasi sempre, durano il tempo di una birra, o al più di una sera, ma che spesso ti arricchiscono molto di più dello stesso periodo passato con chi conosci già bene.

Le statistiche dicono che sempre più persone viaggiano da sole. Io credo che sia dovuto al fatto che il tempo per viaggiare sia sempre meno, quindi si tenda a passarlo con la persona con cui si sta meglio e, spesso, questa persona è sé stesso. D'altra parte, non credo che Jean Paul Sarte abbia scritto la frase L'inferno sono gli altri riferito ai momenti in cui si trovava da solo a fare ciò che più gli piaceva fare.

Capisco che non sia così semplice accettare un concetto che porta in sé così tanto egoismo ma che viaggiare da soli sia vantaggioso è un dato di fatto facilmente dimostrabile da un principio che potete verificare anche voi, ripensando a tutti i giri in moto che avete fatto: il numero dei contrattempi, durante un viaggio, è direttamente proporzionale al numero dei partecipanti. E all'aumentare dei contrattempi, si sa, diminuisce il piacere.


Qualcuno potrà obiettare che i migliori viaggi li ha fatti con il/la partner, con un amico, insomma con qualcuno con cui sta bene. E ha ragione, è senza dubbio così, però sta confondendo il viaggio, il giro in moto, con la meta, lo scopo del viaggio. Se vado con la mia fidanzata a Parigi per vivere con lei la romantica atmosfera parigina, o se vado con il mio amico nel Verdon per girare tra le sue famose gole, il viaggio sarà solo il mezzo che mi permette di fare altre cose che è bello fare con qualcuno: flirtare, visitare... Ma il viaggio, il piacere del viaggio, ne avrà risentito: per andare a Parigi magari sarei passato da una mezza dozzina di colli fermandomi solo per pisciare, invece con la morosa devo cercare strade dai fondi non troppo dissestati e che mi permettano di non tenerla troppo a lungo sulla moto; quando vado nel Verdon amo fermarmi in due o tre posti, un po' fuori strada, a chiacchierare con la gente del posto ma al mio amico interessa dedicare più tempo al Verdon: non ci è mai stato!
Sia il viaggio a Parigi sia quello a Castellane mi avranno portato a esperienze meravigliose e irripetibili ma diverse da quelle che avrei avuto da solo.

Nessuno sa che cosa avrei provato a Parigi, né che cosa sarebbe successo nel Verdon se ci fossi andato da solo. Magari, potendo decidere di fermarmi ovunque io trovi qualcosa che mi piace, non sarei nemmeno arrivato a Parigi. Chissà, conoscendolo ormai così bene, forse non mi sarei fermato nel Verdon ma convinto da un panorama o da un volto incontrato per caso, avrei provato nuove strade...

È chiaro che non posso sostenere che a Parigi o nel Verdon sarebbe stato meglio da solo piuttosto che in compagnia ma, estrapolando e analizzando il solo viaggio dalle esperienze che ho portato ad esempio, il discorso cambia.

In fondo, se è vero che viaggiare è quella cosa che molti sognano di fare terminata la vita lavorativa, quando saranno liberi, è perché il viaggio ha la libertà in sé e la libertà è una cosa che dev'essere condivisa con gli altri, quindi: più siamo, meno ne abbiamo.


lunedì 28 maggio 2018

Devo delle scuse...

È da tanto che non scrivo. È vero, dal 2 aprile. Qualcuno di voi me l'ha fatto notare, facendomi così capire che c'è, addirittura, qualcuno che legge ciò che scrivo e che si aspetta che io continui a farlo! Non potevo sperare di più ma questo implica che io debba delle scuse.

Nonostante la prima regola di chi scrive dica che al lettore non interessa quanta fatica hai fatto a trovare la notizia o a elaborare il testo ma, solo la notizia e il testo, cercherò di giustificare questo mio lungo silenzio, sperando nella vostra comprensione, anche perché non voglio mandare al diavolo troppa gente.

Allora: il 31 marzo sono rovinosamente caduto su una lastra di ghiaccio sul colle della Maddalena.
I danni maggiori li hanno patiti Roz e Madi, mentre io ho solo incrinato qualche costola, che, però, mi ha fatto attendere il nostro secondo meeting, del 29 aprile, dormendo da seduto e non mi ha permesso di arrivare a Bolgheri con Madi o Nava.


Nel frattempo, con tre braccia e una sola schiena in due, abbiamo anche traslocato. Oggi abbiamo riconsegnato le chiavi della vecchia casa: senza dubbio un traguardo di tappa ma ben lontano dal poter considerare finito il trasloco.


Infine, come per tutti voi, anche per me il meteo di quest'anno non mi sta certo aiutando a prendere la moto e andare...
Insomma: devo ricominciare a scrivere e, per farlo, devo ricominciare a girare.


Qualche giretto l'ho fatto, per carità, ma piccole cose. Presto, molto presto ripartirò con entrambe le attività, intanto sto pensando a Sardegna, Svizzera, Campania, Montenegro...

L'estate è lunga, qualche cosa faremo. E voi? Che idee avete per questa pazza (meteorologicamente parlando) estate?

lunedì 2 aprile 2018

Provo a raccontarlo ma non leggetelo...

Serve a me, per esorcizzare.

Alberghetto prenotato a Saintes Maries de la Mer per un paio di notti, intorno a Pasqua. Anche se non c'è un periodo in cui io fermi la moto, solitamente la prima uscita da più di un giorno dopo l'arrivo dell'ora legale da inizio alla nuova stagione. Questa volta: ritorno in Camargue, con Roz e Madi.

Non amo tornare facendo la strada a ritroso, così decido di fare il giro dal Colle della Maddalena e Sisteron, per fermarmi a pranzare a Nyons, e ritornare da Nizza, magari incontrandomi con amici liguri.

Sabato mattina, ora della partenza mi viene il dubbio: non sarà meglio affrontare il Colle della Maddalena al ritorno, di pomeriggio? Ma no, non sarà così freddo e, soprattutto, mal che vada torniamo indietro, non abbiamo mica fretta!

La giornata si preannuncia nuvolosa ma verso la Francia il cielo è più chiaro. Partiamo con sei gradi: non poi così male il 31 marzo alle 08:00. Intanto siamo vestiti a strati. Tanti strati.

Salendo, man mano che ci avviciniamo alla Francia, tra i monti si intravede l'azzurro di un cielo che ci sta aspettando. Ogni volta che guardo il termometro perdiamo mezzo grado: cinque e mezzo... cinque... quattro e mezzo... quattro...

Arrivati a Vinadio siamo a zero virgola cinque. In cima mi aspetto un meno due, come l'altra volta.

All'Argentera ci sono le tracce di una nevicata avvenuta nella notte; la strada è pulita ma siamo già ai meno due che avevo previsto in cima... meno due e mezzo...

Gli ultimi tornanti li faccio piano piano, chiedendomi se non sia meglio tornare indietro. Tra una scodata e l'altra decido che manca così poco che vale la pena di arrivare in cima e vedere com'è dall'altra parte.

Meno tre... meno tre e mezzo...

Davanti al lago la strada è pulita e fa ben sperare. Meno quattro...

Arrivo sul tratto di strada tra il negozio di liquori e il Rifugio della Pace, meno quattro e mezzo e penso "Qui è molto brutta, è meglio che torni ind...".


PS: Grazie a chi si è fermato a soccorrerci, alle splendide persone del Rifugio della Pace, a medici ed elicotteristi del 118, al personale del pronto soccorso e a tutti gli amici che si sono stretti intorno a noi.

domenica 18 marzo 2018

Treffen

Un piccolo post, non per parlare di motociclette ma di quei sorprendenti esseri che quando possono ci salgono sopra per spostarsi. Un piccolissimo post dopo un'esperienza che, a causa di un meteo inclemente (oltremanica dicono shit weather) aveva tutte le carte in regola per essere fonte di delusione ma che, invece, è stata una piacevole lezione di vita, l'ennesima dimostrazione di ciò che ogni motociclista conosce molto bene riguardo a tutti gli altri ma che a volte è bene ricordare.


Un incontro, un treffen, programmato tra Langhe e Roero e segnato da previsioni di pioggia battente e neve. Un luogo scelto lontano da tutto e da molti, eppure... c'erano tutti. Non tutti in moto, questo è vero ma al di là degli sfottò che solo un gruppo di amici si può permettere, nessuno si è sognato di criticare chi è arrivato in macchina, perché l'importante, in queste occasioni come sempre nella vita, sono le persone, non le macchine o le cose.


A chi ritiene che i motociclisti si ritrovino per mostrare il proprio ferro o la propria capacità in curva, occasioni come questa dimostrano che, togliendo queste possibilità rimane il collante, l'inesistente traduzione della parola treffen, che sa di incontro per strada, di condivisione, di voglia di stare insieme.

Grazie amici del Classic Bike Italia, grazie amici di qualunque gruppo di biker, grazie per la dimostrazione del fatto che i motociclisti siano strana, meravigliosa gente.


martedì 6 marzo 2018

Lavami ma senza esagerare.

Pare che voglia tardare un po' ma la primavera arriverà anche questa volta e le strade si riempiranno di nuovo di tutte le moto che sono state tenute in garage da quel 94% che, si dice, non vada in moto tutto l'anno. Il primo fine settimana assolato vedrà centinaia, migliaia di moto lucide, fiammanti, con catene belle ingrassate come le marmotte prima del letargo, serbatoi sfavillanti, cupolini a specchio...

Poi, alla prima pioggia, anche quest'anno inizierà ad aprirsi una piccola crepa, che presto diventerà voragine, tra chi non ha tempo per lavare la moto perché deve andare in giro e chi non può andare in giro perché deve lavare la moto. Sì, sto esagerando ma solo per evidenziare gli atteggiamenti grottescamente estremisti di alcuni motociclisti e, come sempre, gli estremismi non portano vantaggi.

Lavare la moto troppo spesso, oltre a rubare tempo che può essere impegnato meglio, non è solo inutile ma può diventare dannoso per le superfici e i componenti che si stressano ogni volta che li si ripulisce.
Lavarla troppo poco porta alla progressiva distruzione di componenti e superfici trascurate.

Come direbbero Jacques de La Palice e Max Catalano in coro, se solo fossero vivi: bisogna lavare la moto quando è necessario.

Allora risolto? Post concluso? Neanche per sogno. Lavare la moto quando è necessario non basta. Bisogna lavarla nel modo corretto.

Vediamo allora alcuni consigli per mantenere sempre in forma il nostro ferro, la nostra compagna, la nostra... chiamatela come volete ma, per il suo bene, pulitela nel modo giusto.

Più che di pulizia, sarebbe corretto parlare di manutenzione, infatti il lavaggio non è che un insieme di operazioni di manutenzione necessarie, quelle che rappresentano la parte più pericolosa, quella in grado di fare i danni maggiori.

Va ricordato che il lavaggio della moto è la migliore delle occasioni che si hanno per analizzare lo stato di ogni singolo componente, guarnizione, vite, bullone, plastica, tubo, cavo... una chance per prevenire i guai. Approfittiamone!

Laviamola


La moto è nata per stare all'aperto, alle intemperie, l'acqua non dovrebbe rappresentare un problema, per lei. Infatti non lo rappresenta nemmeno per noi, a meno che non ce la sparino ad alta pressione, magari per scrostare bene qualche interstizio o su parti del corpo un po' più delicate.

Secondo molti l'utilizzo della lancia ad alta pressione è assolutamente da evitare, perché in grado di sollecitare troppo violentemente parti elettriche, le grafiche, le guarnizioni in gomma e chi più ne ha più ne metta. Vero. Ma è anche vero che non creerà mai danni a cerchioni, parafanghi, targhe... che hanno spesso bisogno di una bella strigliata.

Se la moto è molto sporca, non si deve aver paura di passare qualche componente con una lancia ad alta pressione, l'importante è, a seconda delle parti, mantenere una distanza adeguata e non puntare mai il getto all'interno di intercapedini dietro alle quali possono essere presenti componenti elettriche.

Togliamo quindi la sella, le borse e il bauletto, che laveremo a parte, e tappiamo in qualche modo gli scarichi per impedire che possa entrarvi dell'acqua, specialmente se non utilizzeremo subito la moto, poi iniziamo.

I cerchioni sporchi di melma li potremo scrostare con l'idropulitrice anche a distanza ravvicinata, così come la parte inferiore dei parafanghi, le parti più esterne di forcella e forcellone, i ripari del motore, la targa e il parabrezza o cupolino. Per le altre parti avremo l'accortezza di tenere il getto ad almeno un metro dalla superficie da ripulire e eviteremo accuratamente di spruzzare su sella (se non l'abbiamo tolta), sottosella, cruscotto, motore e corona/catena.

Dopo aver tolto la più grossa con l'acqua, inizieremo il vero e proprio lavaggio, muniti di secchio, spugna e di tutti i prodotti necessari. Riguardo ai prodotti: dimenticate il sottolavello: ciò che va bene per piatti e stoviglie, forno e lavabo, mani e parti intime non va bene per la moto.
Vediamo ciò che serve man mano che procediamo.

Prima di tutto posizioniamoci possibilmente all'ombra.
Se ce l'abbiamo, spruzziamo un po' di prodotto per la rimozione dei moscerini che si troveranno in abbondanza spiaccicati su cupolino, specchietti, paramani, forcelle e, senza attendere, passiamo uno straccio o della carta per raccogliere le bestioline ammorbidite.

Quindi possiamo insaponare: passiamo su tutta la moto, fregando dove necessario, la spugna insaponata in acqua tiepida. La temperatura dell'acqua è importante soprattutto per noi: con le mani "gelate" si lavora male. Quale sapone usare? Come detto non quelli trovati in cucina, né quelli per l'igiene personale... solo shampoo per auto o per moto, in linea di massima uno vale l'altro ma non cercate di risparmiare troppo.

Poi bisogna rimuovere la schiuma, possibilmente con acqua a caduta, quindi non alta pressione ma la classica gomma per bagnare l'orto e un getto non troppo importante, con l'acqua che cade dall'alto portando il sapone a terra.

Se l'operazione di insaponatura dovesse durare troppo a lungo o se non fossimo all'ombra, come il bimbetto dell'immagine, allora dovremo interromperci per sciacquare le parti già insaponate prima che asciughino.

Appena finito di sciacquare, dovremo prendere un panno pulito, possibilmente in microfibra, con il quale asciugare bene ogni parte. Ci accorgeremo presto che un solo panno, se non abbastanza grande, potrebbe non essere sufficiente, a meno che non sia una pelle di daino, da strizzare spesso.

Si presti particolare attenzione alle parti cromate: devono essere asciugate meglio che si può.
Pulire poi molto bene le parti scorrevoli della forcella, con uno straccio pulito o con della carta: si allungherà la vita dei paraolio.

Manuteniamola


La prima cosa che serve, a questo punto, è un paio di guanti monouso, quelli di lattice o simili: i prodotti che andremo a maneggiare non fanno proprio parte del corredo del perfetto manicure. Indossati i guanti, procediamo.

Tolta la melma, passiamo al grasso, quello che si accumula perché perso dalla nostra catena e dai motori altrui e quello che ci arriva direttamente dall'asfalto su tutte le superfici della moto. Per poter essere tolto dev'essere sciolto e per scioglierlo servono appositi prodotti.

MANUTENZIONE DELLA CATENA
Per operare più comodamente, la moto dev'essere issata sul cavalletto centrale o su un cavalletto che sollevi la ruota posteriore. Ciò permetterà di fare scorrere la catena semplicemente facendo girare la ruota posteriore. Diversamente, si dovrà spostare la moto per accedere, un pezzo per volta, a tutta la catena.
Non ci si sogni nemmeno di pulire la catena con il motore acceso: non immaginate quante dita sono andate perse per una stupidaggine del genere.
Sempre lavorando sulla parte superiore del tratto di catena che scorre più vicina al pavimento, si spruzzi o si versi il prodotto scelto per sgrassare e con uno straccio, si sfreghi per pulire il tratto di catena a disposizione finché si presenti ben pulito.
Esistono apposite spazzole per entrare in tutti gli anfratti.
Si faccia scorrere la catena per vedere il tratto successivo e si ripeta l'operazione fino a quando si incontrerà nuovamente il pezzo di partenza (se non è proprio tanto sporca, fate un segno con un pennarello).
Consiglio di utilizzare un pezzo di cartone, da posizionare subito oltre la catena, per evitare di spruzzare i prodotti su altre parti della moto e sul pavimento.
Con un altro straccio, si asciughi bene tutta la catena e poi si attendano almeno 10 minuti perché evaporino i residui dei solventi.
A questo punto si potrà procedere all'applicazione del grasso, il quale può essere spray o da spalmare a mano. Quello spray è comodissimo e ci si sporca meno.
Prima di applicarlo, però, si faccia girare la catena per un paio di minuti, con la moto sul cavalletto in prima, in modo che l'attrito scaldi i componenti favorendo l'assorbimento del lubrificante. Questa operazione servirà anche ad asciugare meglio il motore se abbiamo lavato la moto ma... ci si ricordi di togliere i tappi dagli scarichi!
Nuovamente a motore spento, si passi accuratamente tutta la catena spruzzando il lubrificante sempre sul lato interno (si veda la figura qui sotto).
Spesso i lubrificanti sono colorati di nero o di giallo, per aiutarci a capire quando abbiamo passato tutta la catena.
Possiamo andare dall'onnipresente WD-40 allo specialistico Fulcron della Arexons. Tutti prodotti da spruzzare sui cerchi e sulle altre parti metalliche da ripulire e lasciare agire per qualche minuto, prima di procedere all'impiego del più diffuso e più a buon mercato olio di gomito, per sfregare la parti con una spugna che si utilizzerà solo per questo, da non riutilizzare affatto per altre operazioni su altre parti della moto!
È importante sfregare bene, perché, oltre al grasso, dobbiamo fare tutto il possibile per togliere anche i residui del prodotto utilizzato, altrimenti, a lungo andare, il minimo che farà sarà lasciare delle brutte macchie.

Un'altra parte che dev'essere sgrassata, e anche molto bene, è la catena. La si sgrassa per togliere, insieme al grasso, tutta la sporcizia che ci si è amalgamata e che non permette alla catena di svolgere correttamente il suo lavoro. Poi la si reingrassa accuratamente, in modo da favorire il corretto scorrimento su corona e pignone e per proteggere la superficie dall'ossigeno, prevenendo l'ossidazione.

Per la catena esistono prodotti leggermente più aggressivi, che aiutano ad ottenere risultati migliori in tempi rapidi. Sono sostanzialmente solventi, che vanno dai vari Motul, Motorex, Castrol al kerosene, dal Fulcron, di cui sopra, al petrolio bianco (o lampante).
Il petrolio bianco rappresenta una buona soluzione, efficace ed economica ma ha qualche controindicazione: puzza e ci impone di sporcarci ben bene in quanto è venduto in forma liquida.
Consiglio l'adozione di due prodotti della stessa casa, per lo sgrassaggio e per l'ingrassaggio, in modo che siano studiati per operare in simbiosi. Riporto nel riquadro a destra le operazioni per il trattamento della catena, ci si ricordi solo che l'ingrassaggio della catena è un'operazione che va fatta spesso, in media ogni 500-1000 km se si viaggia solo su strada, più spesso se si pratica l'off-road. Esistono prodotti distribuiti in piccole bombolette da portarsi dietro quando si affronta un lungo viaggio per poter dare almeno un'ingrassata di fortuna quando se ne ha la possibilità.

Infine, con un po’ di carta assorbente leggermente bagnata con del liquido/spray per la pulizia di freni o un solvente leggero, passiamo su tutte le superfici dei dischi per eliminare le ultime tracce di smog, sporcizia e shampoo eventualmente rimaste. Facciamo girare leggermente le ruote per raggiungere la parte di disco nascosta in mezzo alla pinza: lì qualche cosa sarà rimasto di sicuro!

Facciamola brillare... a lungo.


Il frutto del nostro lavoro, questa moto così pulita, dev'essere protetto il più possibile e, soprattutto, è necessario proteggere le parti che sono soggette a ossidazione, come le cromature e le parti in ferro/acciaio, o a disseccamento e screpolatura, come le plastiche e le guarnizioni o protezioni in gomma.

Anche per fare questo esistono prodotti specifici che, oltre a lucidare le superfici rendendole splendenti, creano una pellicola siliconica a protezione di metallo, plastica e gomma. Ritroviamo l'onnipresente WD-40 ma anche tanti altri prodotti, quasi tutti in diverse declinazioni per metallo, plastica, gomma...
Comprarli tutti non vuole dire necessariamente spendere di più ma solo anticipare un po' le spese, dal momento che due flaconi diversi di prodotto dureranno il doppio rispetto a un unico flacone universale.

Procedendo per piccole zone, si spruzza il prodotto sulla superficie da lucidare/proteggere, poi con un panno pulito e non utilizzato per altro, si sfrega la zona fino a provare la soddisfazione di vederla brillare e, soprattutto, fino a quando non si vedono più parti umide.

Se non l'avete mai fatto prima non stupitevi: man mano che procedete, la moto vi sembrerà ritornare nuova!

Riepiloghiamo


Laviamo la nostra moto quando è sporca e facciamo regolarmente le manutenzioni del caso.
La catena e gli steli della forcella vanno ripuliti regolarmente, anche se la moto sembra pulita.
I cerchioni si sporcano molto con grasso e polvere delle pastiglie dei freni e il loro stato è l'indicatore del fatto che la moto sia da lavare.
Suddividiamo le operazioni in fasi diverse e utilizziamo attrezzi diversi per ogni fase: stracci e spugne divisi per lavaggio asciugatura, lucidatura, sgrassaggio...

sabato 3 marzo 2018

ScAutio 4.0

Lo so, sembra pubblicità ma non lo è. Anzi sì.
Cioè no...

Va bene, non è réclame nel senso che nessuno me l'ha chiesto e non incasso un centesimo ma lo è nel senso che voglio far conoscere ai miei lettori un prodotto che ritengo valido: ScAutio.
Un piccolo uovo di Colombo: un interfono che... no, aspetta, non è proprio un interfono.
Un sistema di comunicazione? No, nemmeno.

Come lo chiamano loro? App Interfono.
Come loro chi? Ah già, non l'ho detto: i Pastori in Moto. Un gruppo di visionari che pensano di poter fare della Sardegna un riferimento internazionale per il mototurismo. Così pazzi che ce la stanno facendo, proprio come il calabrone di einsteiniana memoria, che vola solo perché non sa di avere le ali troppo piccole per poterlo fare. Dei grandi.

Siamo diventati amici appena ci siamo incontrati sul web, e ora presentano questa cosa che chiamano appunto App Interfono, con lo slogan La più evoluta App interfono per mototuristi, senza rendersi conto di quanto sia riduttiva tale descrizione. Vediamo perché.

Abbiamo parlato di uovo di Colombo: utilizzare Internet per comunicare in voce tra motociclisti.
Una App. (La potete scaricare qui per Android e presto sarà disponibile anche per iOS).

L'ho scaricata, l'ho installata, l'ho provata e, senza nessun intoppo, un minuto dopo stavo già parlando con uno dei Pastori, con una qualità audio eccellente, senza ritardi e... tra Cuneo e Cagliari.

Quindi la prima domanda che mi sono posto, dal momento che né io né il mio interlocutore eravamo in moto, è stata: beh... perché solo tra motociclisti? Per come è fatto, permette a chiunque di comunicare, anche ai ciclisti, ai carristi, ai fantini e a chi sta a casa. E anche tra tutti questi insieme.
Ecco il primo aspetto che sembrerebbe evidenziare quanto sia riduttivo lo slogan: il riferimento al mototurismo potrebbe trarre in inganno, riducendo l'utilità di un interfono ad una sola categoria di pubblico.

Però... quello è il loro target.

Ma se quello è il target, allora che lascino il riferimento al mototurismo ma dovrebbero eliminare la parola interfono sia dal nome sia dallo slogan, altrimenti presto diventerà un enorme ostacolo allo sviluppo di questa App, che ha tanto spazio per crescere e diventare uno strumento indispensabile per ogni motociclista.

Partiamo pure dalla funzionalità di interfono: ne avevo uno, primi anni 90, che mi permetteva di comunicare con la mia zavorrina per mezzo di un cavo... sì, i nostri caschi erano collegati da un cavo attraverso il quale, grazie ad un sistema a batterie, poteva passare la voce. Ogni volta che scendevamo dalla moto rischiavamo di strappare il cavo o staccarci la testa l'un l'altra, però funzionava.

Successivamente hanno preso piede sistemi radio e, infine, bluetooth.
Ora, con apparati dal costo complessivo intorno ai 200 euro, si può comunicare agevolmente anche tra moto non troppo distanti.

Con l'App dei Pastori il costo è... zero; si può fare a meno dei sistemi interfono e si può utilizzare lo smartphone con un auricolare. Oppure lo si può collegare agli auricolari bluetooth degli interfono esistenti e, in ogni caso, si può comunicare con chiunque utilizzi la stessa App.

Non è questo il posto giusto per spiegare come funzioni il sistema, trovate qui i tutorial, ma... funziona. E, come ho detto, senza limiti di distanza. L'unico limite è la disponibilità dell'accesso ad Internet e con la scomparsa dei costi del roaming, lo possiamo utilizzare ovunque.

E fino a qui, tutto bene. Però, perché bisogna eliminare la parola interfono dallo slogan La più evoluta App interfono per mototuristi?

Semplice: i pastori, si sa, sono gente sveglia e i Pastori in Moto lo sono ancora di più. Quanto ci metteranno a pensare di integrare l'App con un sistema di geolocalizzazione dei propri interlocutori? Secondo me l'han già pensato. Se in un gruppo che si sta facendo un giro uno o più elementi restano indietro o sbagliano strada, possono sapere immediatamente dove si trovano gli altri e far sapere dove si trovano loro.

E che dire della comunicazione con le persone che restano a casa? Anche loro potrebbero utilizzare l'App per comunicare con l'amico o parente che si è andato a fare un giro in moto e potrebbero anche vedere dove si trova, essere rassicurati dal fatto che ne sentono la voce e lo vedono in movimento, o potrebbero anche solo regolarsi sul quando buttare la pasta.

Una versione successiva, sicuramente permetterà di registrare il percorso, mettendo a disposizione del mototurista il file KML o GPX del viaggio appena concluso, che potrà tranquillamente caricare su Strade da Moto, non appena sarà stata implementata la funzione.

E perché, poi, non integrare comunicazione e geolocalizzazione, permettendo di registrare su un server centrale, frasi legate ai punti in cui sono state pronunciate, frasi che gli altri mototuristi potranno, se lo vorranno, ascoltare quando passeranno in quei punti. Immagina:

Stai arrivando in cima al Colle della Bonette, al bivio gira a sinistra e poi subito a destra per arrivare alla Cima della Bonette, oppure di nuovo a sinistra per scendere verso Isola, ma prima fermati e dai un'occhiata indietro che è uno spettacolo!

La versione 4.0 potrà mettere a disposizione degli utenti gli audioitinerari, che forniscono indicazioni a voce sul percorso man mano che si avanza...

No, cari i miei amici Pastori, togliete al più presto la parola interfono dal nome della app e dal vostro slogan.

La più evoluta App per mototuristi è uno slogan più coerente con ciò che, ne sono certo, riuscirete a farne.

domenica 25 febbraio 2018

100 480 650 4293 111

L'immagine del primo post
No, non sto dando i numeri.
In occasione del centesimo post nel mio blog, sto guardandomi indietro, a poco più di 2 anni fa, quando il blog è nato con un nome curioso, chissà se qualcuno se lo ricorda: Motante.

Più che curioso, a riguardarlo oggi, mi pare proprio bruttino.
Va beh... il mio scopo era quello di creare qualche cosa che potesse assomigliare a un luogo di ritrovo di motociclisti, una community, ma le comunità si aggregano intorno a qualche cosa di utile e solo i miei articoli, con tutta la buona volontà, non erano, non sono né mai saranno abbastanza.

La mia partecipazione al Passknacker del 2016 mi ha fatto capire quanto sia utile avere poter disporre di una mappa delle più belle strade da percorrere in moto, così ho deciso di iniziare a raccogliere informazioni su tutte le strade che trovavo sparse per la rete.

Ne è nato, così, un database iniziale che ho messo a disposizione dei miei pochi lettori grazie ad un po' di software che mi sono scritto per gestirlo e pubblicarlo e, soprattutto, per permettere a chiunque di interagire inserendo nuove informazioni e correggendo o integrando quelle esistenti.

Così, poco più di un anno fa, è nata la community Strade da Moto.
Piccoli, piccolissimi numeri ma che a me stanno dando grandi, grandissime soddisfazioni:

480 utenti registrati
650 like su Facebook
4.293 strade censite
111 itinerari

Voglio approfittare di questo centesimo post per ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato e che continuano a farlo. Io ho solo dato un impulso iniziale ma il grosso del lavoro lo state facendo voi.

Spero di vedervi tutti al prossimo meeting, il 29 e 30 aprile a Bolgheri, Castagneto Carducci, intanto vi ringrazio qui:

Grazie Sergio Salza, Luca Forno, Pastori in Moto, Matteo Bernini, paolo1948, Roberto Frosoni, Maurizio, Ernesto Rossi, Giovanni Dalla Venezia, Fabio Pulp, Luca Cazzaniga, Giovanni Bassi, Pier Guerreri, Enrico Lena, Efrem Bonaldi, Giorgio, Claudio Setti, Tiziana, Beppe Giubergia, Luigi, Maurizio Arata, Luca Osigli, Luca Gaspari, Marco Calza, Marco Ricupero, Bastian, Carlo Tasso, Enrico Contessa, Gabriele Fainelli, Luigi de Rose, Ralph Landstath, Darione G., Paolo Bonino, Massimiliano Poma Genin, Marco Bagnasco, Andrea Vignolo, Giorgio Nitro, Stefano, Aldo Spagnolini, Mario Di Vincenzo, Christian Dark, Luca Podini, Tiziano Ponzoni, Michele Marzocca, Luciano Aimo, Stefano, Leonardo Martini, Antonio Voi, Luca Urban, Massimo Emanuel, Luca Brugnoli, Mario Roero, Massimo Maria Macagno, Dario Prete, Luca Muzio, Maurizio, Fabrizio Paggi, Rosa Bersezio, Alessandro Bensi, Erol Garbin, Silvano Marchesi, Claudio Castellino, Michele Ballarin, Sara, Stefano Lera, Sergio Saltarelli, Monty Brogan, Giovanni Angelini, Marco Anceschi, Valerio Franco, Luca Cabona, Rolando Chioda, Diego Rainisio, Marco Begliardo, Enrico Fioranelli, Cristian Gottardo, Paolo Marte, Paolo Patterlini, Andrea Pifano, Ines, Mario Alberto Biraghi, Renato Giomi, Rosanna Bosca, Roberto, Massimo Rubino, Luciano, Teresio Lerda, Bruno Bongi, Davide Maerna, Alessandro Gatti, Simona Vanni, Massimo Colori, Gianluca Deambrogi, Renato Giraudo, Alberto -Albyx- Merisi, Toni Calardo, Gian Michele Antonino, Roberto Mezzapelle, Andrea Gennai, Angelo Conti, Guido Moenkemeyer, Luca Mariotto, Yari Rizzo, Claudio Unia, Corrado Benocci, Giuseppe Cavallaro, Andrea Bontempi, Claudio Ferrero, Mauro Borrelli, Federico De Donatis, Samuele Olita, Michele Piovesan, Alessia Galfré, Federico Massimo Loi, Giuseppe, Ramon Zanotti, Maurizio Merrina, Marco Marani, Lia Rossi, Angelo Lorenzi, Davide Rebeccani, Tsodeq Meleq, Eric Faiman, Daniele Baron, Francesco Salis, Andrea Merlone, Massimo Guasconi, Stefano Cerminara, Marco Sciutto, Fabrizio Rocchi, Sonia Cecchetti, Ennio Caula, Aldo Fiorenzato, Massimo Ferrara, Vincenzo Greco, Claudio, Fabio Brianza, Pietro Zorza, Pino Di Maria, Vincenzo Nitti, Andrea Montagna, Diego Santo Faletti, Fabio Manenti, Piero Aliberti, Max, Elena Galfre, Michele Tonani, Marisa Verney, Andrea Solinas, Luigi Scotti, Enzo Rossetti, Fabrizio Monica, Luca Auletta, Mariano Zinnarosu, Armando De Angelis, Mauro Manghi, Alberto Zingarini, Svevo Chinaglia, Camilla Malpangotto, Gianluigi Favetta, Giorgio, Elena Cornaglia, Michele Ercolani, Alessio Vero, Jennie Comollo, Piem Renelli, Maurizio Lugli, Alfredo Tamburro, Leonardo Aguanno, Marco Peccarisi, Fabio Pozzo, Leonardo Bosco, Gianluca Cantamessa, Luca Bellini, Jean Jacques Trabucco, Tsodeq, Mario Giovilli, Giuseppe Votto, Giampiero Giovannetti, Giorgio Bolognese, Nini Nini, Corrado Bonansea, Daniele Morani, Franco Tosi, Guido Dutto, Marco Novaro, Francesco Paolo Giacomarro, Barbara Valerio, Raffaele Cocozza, Fabrizio Rivelli, Giosuè Antonelli, 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giovedì 22 febbraio 2018

A febbraio, tra gli alberi in fiore

Ci sono capitato quasi per caso, nel posto giusto al momento giusto, a scoprire ancora una volta che ti puoi documentare finche vuoi, poi parti con la scusa di visitare un lago (ma in realtà solo perché non puoi più restare fermo a lungo) e ti ritrovi sulla Route du Mimosa proprio quando la mimosa è in piena fioritura e, come se non bastasse, con un tempo stupendo, a metà febbraio.

Guidare sulle tipiche stradine francesi di cui è ben dotato l'entroterra della Côte d'Azur in una giornata di sole ma fresca, come solo d'inverno se ne incontrano, è già di per sé un ottimo traguardo. Farlo passando in mezzo a centinaia di alberi di mimosa in fiore, offre sensazioni inenarrabili. Così non tenterò nemmeno di raccontarvele ma mi limiterò a segnalarvi il percorso della Route du Mimosa e a darvi qualche consiglio circa le possibili soste.

Il giro è breve e lo riporto in questo itinerario: pur contando solo 130-150 km, a seconda di dove passerete e di quanto entrerete nel cuore delle città e dei paesi, senza fermarsi servono circa 3 ore e mezza - quattro per percorrerla, però percorrerla senza soste è, a mio avviso, uno enorme spreco di tempo e di energie.

Vediamo, allora il percorso, con le sue strade e le soste.


Grasse
Punto di partenza del nostro giro, Grasse è conosciuta in tutto il mondo per la lavorazione delle essenze e dei profumi.

Ci troviamo nel Département del Alpes Maritimes. In questa zona gran parte del territorio è utilizzato per la coltivazione delle piante da fiore e, oltre alla mimosa, sono rinomati i gelsomini e la rosa di maggio.
Consiglio d'arrivare il venerdì sera, in modo da essere già lì il sabato mattina, quando c'è uno dei mercati più rinomati della Provenza, da visitare prima di partire per Pégomas.


Grasse - Pégomas
Finita la visita al mercato, si può iniziare il giro, verso Pégomas, a una decina di km da Grasse. Possiamo scegliere di passare in una stradina stretta,  a tratti romantica tra alberi e muretti, lo Chemin da la Tourache, oppure su una strada già a due corsie ma sempre tra case e campagna, molto verde, uscendo da Grasse sull'Avenue Frédéric Mistral per poi passare sulla D609, Route d'Auribeau prima e Route de Saint-Jacques poi.

La strada proposta dal navigatore, attraverso Les Quatre Chemins è certamente più breve e rapida ma anche banale e trafficata. Da evitare.


Pégomas
Un piccolo paese in classico stile provenzale. Se lo si visita nel periodo giusto, cioè durante la fioritura della mimosa, non si può perdere la specialità locale, la Mimosette Brioche, una brioche alla crema pasticcera che la Boulangerie la Bannette, in Place Logis, prepara solo in questo periodo.


Pégomas - Tanneron
Lo spostamento a Tanneron è obbligato sulla Route d'Or, D309, una vera Strada da Moto, molto divertente e movimentata ma, soprattutto, immersa nel verde anzi, in questo periodo, nel giallo.
Giunti al confine del Département del Alpes Maritimes, entrando nel Var, la strada cambia nome e diventa D38, Cachore oppure Route de Pégomas, senza che la gradevolezza ne risenta.


Tanneron
Arrivate a Tanneron per pranzo e, se avrete prenotato per tempo, potrete pranzare al Café Restaurant des Voyageurs è sempre pieno imballato... un motivo ci sarà.

A Tanneron si tiene la festa della mimosa la prima domenica di febbraio.
In zona è possibile visitare alcuni vivai, acquistare ottimo miele e buonissimo formaggio.


Tanneron - Mandelieu La Napoule
Da Tanneron consiglio una capatina al Lac de Saint Cassien, non tanto per il lago in sé, quanto per la strada che vi ci porta. Giunti al lago si potrà proseguire costeggiandolo, mantenendolo a destra. oppure si potrà ritornare a Tanneron per proseguire su un'altra piccola bella strada che, in un eccesso di fantasia, all'inizio si chiama Route de Mandelieu e alla fine Route de Tanneron.


Mandelieu La Napoule
Ancora tanta, tanta mimosa e un altro dolce tipico: La Torta Mimosa ai frutti canditi di Provenza.

Mandelieu è nota per il Castello de La Napoule, un castello fortificato del XIV secolo che si affaccia sul mare e oggi sede di una fondazione artistica no-profit.


Mandelieu La Napoule - Saint Raphaël
Non tardiamo a ripartire: dobbiamo raggiungere Saint Raphaël finché c'è luce e consiglio di farlo dall'entroterra, attraversando il Col du Testanier, una trentina di Km su una strada nei boschi un po' impegnativa ma stupenda.


Saint Raphaël
Ecco, se ci siamo giunti con ancora un po' di luce, allora due passi nel porto, magari un aperitivo, prima di prendere posto nell'hotel, possono essere l'introduzione ad una cena che sia la degna coronazione della giornata.

Per il pernottamento mi sento di consigliare di spostarci a Frejus, dai prezzi più abbordabili e dal centro storico che propone un gran numero di ottimi ristoranti tipici.


Saint Raphaël - Sainte Maxime
Evitiamo il lungomare, che qui non è proprio una bella strada da percorrere a meno che non si voglia andare in spiaggia. Dopo aver fatto una colazione che ci permetta di fermarci ancora, più avanti, per un altro spuntino, attraversiamo Frejus verso ovest e prendiamo la D8, che diventerà D6 portandoci dolcemente verso il Col de Bougnon quindi a sud, fino a Sainte Maxime, sul mare.


Sainte Maxime
Due passi nel centro storico sono d'obbligo. Sainte Maxime è stata fondata circa nell'anno mille intorno al monastero intitolato al santo che le ha dato il nome, ed è rimasta a lungo un piccolo borgo di pescatori.

Il simbolo del paese è la Tour Carrée, edificata per difesa e oggi sede di un museo che, a leggere le recensioni in rete, pare essere più un'occasione perduta che da non perdere.


Sainte Maxime - Le Rayol Canadel
Questa volta il lungomare ce lo facciamo. E che lungomare! Saint Tropez, dall'altra parte del golfo, è un ottimo fondale per la nostra vista e, perché no? Anche per qualche foto.
Un giretto a Saint Tropez ce lo possiamo permettere, magari per una veloce seconda colazione in uno dei locali sul porto e per poi andarci a godere ciò che in altre stagioni sarebbe improponibile ma di cui d'inverno, in moto, si può solo godere: la Route des Plages, nota anche come Road 93. Si tratta della D93, appunto, che ci porta dapprima verso le più belle spiagge della zona e per poi salire ai 129 metri del Col de Collebasse, che ci permette di attraversare il promontorio. Una Strada da Moto da non perdere ma... d'inverno.
Dovremo solo essere attenti per non perderci il bivio per Tabarin Vergeron, a sinistra, altrimenti allungheremo, passando inutilmente da La Croix Valmer.
L'arrivo a Le Rayol è su una bella strada, scorrevole, ancora in collina.


Le Rayol Canadel
Qui troviamo il museo della mimosa: L'Odyssée des Mimosas nell'ambito del giardino botanico Domaine du Rayol, dove una visita guidata è assolutamente da non perdere ma bisogna prenotare sul sito www.domainedurayol.org.
Una volta ottenuta la prenotazione per la visita guidata, si potrà organizzare anche un pranzo, prima o dopo la visita.


Le Rayol Canadel - Bormes Les Mimosas
Raggiungiamo l'ultima tappa del nostro itinerario attraverso due colli, dei quali solo il primo è leggermente impegnativo. Ci porteranno a Bormes Les Mimosas attraverso panorami mozzafiato sulle isole di fronte a Hyères: il Col de Canadel e il più modesto Col de Barral.


Bormes Les Mimosas
Si tratta di un cittadina che spazia dal mare alla collina, dove si trova la sua parte più caratteristica, il villaggio in cui perdersi tra viuzze strette, piccoli negozi d'antiquariato e di prodotti locali.

Bormes è famosa per i suoi giardini, uno su tutti il Giardino Botanico con più di 85 specie tropicali tra cui alcune varietà di Fuchsia del Messico e una ricca collezione d'Ibisco.

Il nostro itinerario è concluso, non resta che dirigerci verso il prossimo giro!

domenica 4 febbraio 2018

Madi: prime impressioni

Prima uscita con Nava
Ricordo la mia prima volta su Nava, acquistata usata, e le sgradevoli sensazioni: troppo alta, troppo nervosa, troppo qui e troppo là...
L'avevo portata a casa guidando sulle uova, non sentendola mia e temendo che non lo sarebbe mai stata.

In effetti, dopo qualche anno di inattività dovuta all'impegno profuso nella crescita di un figlio, passavo da una Honda CBX550F, 4 cilindri turistica, ad un monocilindrico il cui vero scopo non è mai stato realmente definito. Un salto notevole.
Ci siamo annusati a lungo io e quel ferro che ancora non aveva un nome; ci davamo del lei, con distacco, e prima di iniziare a sintonizzarci, devo ammettere, ci sono voluti un bel po' di km.
Credo che la svolta sia stata stata data da un cane che, attraversandoci improvvisamente la strada, ci ha uniti in una caduta dove, oltre a qualche piccola escoriazione ciascuno, io ci ho rimesso l'integrità di una clavicola e lei del parabrezza e di una freccia.

Superare insieme le disavventure fortifica stima e fiducia reciproche, così, anche se non ho potuto girare per qualche mese, quando siamo ripartiti insieme nulla è stato più come prima: eravamo diventati compagni di avventura.

Abbiamo continuato a darci del lei ma non più per distacco: per rispetto.

Presto mi sono adeguato a ciò che lei mi offriva e anche lei ha iniziato ad accettare di buon grado i miei svarioni e le mie richieste, a volte, lo ammetto, assurde.

Ora un nuovo arrivo, in famiglia, e ancora nuove sensazioni: è arrivata Madi, una sorellina per Nava, con un carattere completamente diverso.
Anche questa volta la prima sensazione non è stata gradevole, però riguardava me, non Madi: appena partito mi sono sentito inadeguato, quasi incapace di guidarla. Lei mi sembrava così forte e delicata, veloce e scattante, instabile e precisa... quel muso basso, rispetto a Nava, comunicava tutta la sua voglia di aggredire l'asfalto, fin quasi di ararlo; il rombo profondo del suo bicilindrico mi sembrava invitare chiunque a starle lontano, come il ringhio del lupo.

Mi stavo rendendo conto solo allora di quanto il rapporto tra me e Nava si fosse trasformato, fino a diventare naturale come quello tra due vecchi amanti che non hanno bisogno di parole per comprendersi, mentre con Madi stava iniziando un nuovo periodo di adattamento, mio a lei e suo a me.
(Sì, con il tempo anche il ferro si adatta, per quanto si possa pensare il contrario).

Serviranno migliaia di km perché possiamo fidarci l'uno l'altra e credo che sarà più difficile e lungo perché, a differenza di Nava, l'umore di Madi è condizionato da una buona parte di elettronica, quindi è molto più instabile. Saprà certamente essermi di aiuto nei momenti difficili ma temo che a volte mi stupirà con comportamenti inaspettati e, forse, non sempre graditi.

Ora, dopo i primi 500 km insieme, due bei colli come il Nava e il Tenda, un po' di autostrada e di stradine della collina torinese, un po' di strada da solo e un po' con Roz, passeggera perfetta, posso esprimere le mie prime impressioni ma prima devo avvisare il lettore: questo non è un test drive e sono sicuro che le mie impressioni tra 1000 km saranno diverse e tra 5000... le rinnegherò.

L'ho già scritto tra le righe: come le altre moto anche questa ti fa capire fin da subito che è meglio darle sempre del lei. Madi me lo ha comunicato prima con il suo rumore profondo e poi, dopo avermi dato la sensazione di un'estrema semplicità di guida, sorprendendomi alla prima necessità di rallentare, facendomi scoprire che ero troppo veloce, che mi ero lasciato prendere la mano dalla troppa confidenza.
La sua frenata decisa mi ha permesso di rimettere tutto a posto ma la sensazione di aver inavvertitamente esagerato, quella rimane.

In rodaggio non ho potuto spingere più di tanto ma l'accelerazione è notevole, anche se le marce non sono omogenee: una terza un po' corta fa da contraltare a una quarta leggermente lunga. Questione di abitudine.
Temo (ma qui sto parlando di me, non di Madi) che la sensazione di assoluta stabilità possa trarre in inganno, spingendo a correre anche più del consentito. Non mi sono accorto se qualche diavoleria elettronica si sia già prodigata in mio aiuto ma devo dire che dopo pochi km ci si sente a proprio agio e si inizia a sperimentare, a cercare il limite.

Comodità? Beh Nava risulta ancora inarrivabile, con la sua seduta bella diritta, da bancone del bar. Con Madi si sta più in avanti e le prime volte i polsi si lamentano un po'. Al momento non posso installare né un manubrio più alto né sollevare un po' quello che c'è perché i cavi elettrici e i tubi per gli oli di freno e frizione sono della lunghezza giusta, così provo ad adeguarmi io al nuovo stile di guida.

Sempre riguardo alla comodità, ho acquistato ed installato un cupolino o parabrezza ma... è troppo piccolo, forse dovrò sostituirlo con uno più grande perché questo è molto bello ma ripara pochissimo, convogliando tutta l'aria proprio sotto il casco. Provo ancora a modificarne l'angolazione, per quanto possibile, e se non basta, lo sostituirò.
La comodità del passeggero, invece, a detta di Roz è pari a quella che garantiva Nava, quindi ottima.

Molto probabilmente perché devo ancora capire come ottimizzare la guida ma mi pare che sia un po' assetata. Niente di eccezionale, però da un motore così recente mi aspettavo qualche cosa in più di 20 km/l (15 in autostrada).

Volendo trovare tutti i difetti, devo ancora dire che la maneggevolezza a motore spento risente della scarsa sterzata, che a volte rende necessario un numero di manovre un po' più alto.

Pochi e trascurabili difetti, quindi, a fronte di sensazioni di guida molto positive: è solo grazie al casco integrale che non ho un nugolo di moscerini sui denti!

Sono molto soddisfatto e posso affermare che sia un modello di moto che, se me lo chiedessero, consiglierei tranquillamente a chiunque abbia già un po' di esperienza o, almeno, un minimo di buon senso. Quello che basta ber capire che, come a tutte le moto, anche se ci si sente in confidenza, è meglio continuare a darle del lei.