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venerdì 31 dicembre 2021

Il mio 2021 in 100 foto

Quest'anno, come giri in moto, è andata meglio rispetto al 2020. Abbiamo iniziato tardi, è vero, ma poi ci siamo potuti sfogare praticamente senza limitazioni.

Io ho archiviato due novità: Etta, che ha preso il posto di Nava che è partita per nuovi lidi, in Puglia, e il primo giro in moto con mio figlio Matteo.

23 aprile 2021 - Arriva Etta


20 giugno 2021 - Giro nel monregalese con Max


25 giugno 2021 - 5° meeting Strade da Moto


10-16 luglio 2021 - Vacanza nel Quercy con Roz


16-20 luglio 2021 - Vacanza in Camargue con Roz


31 luglio 2021 - (dis)Avventura al Jafferau


7 agosto 2021 - Un giro in Francia dal Tenda alla Lombarda


10 agosto 2021 - Gardetta... chiusa


14 agosto 2021 - La via del Sale con Luca


19-21 agosto 2021 - Un salto a Llagostera (Catalunya)


4-5 settembre 2021 - Giro a Sisteron con Roz


11-12 settembre 2021 - Il parco dell'Ecrines in solitaria


10 ottobre 2021 - Giro al colle di Tenda con Roz


15-17 ottobre 2021 - Il parco delle Cevennes in solitaria


6 novembre 2021 - Elefantroffien a Varazze con gli amici di Classic Bike Italia


13 novembre 2021 - A Elva a fare il primo giro in moto con Matteo

domenica 14 novembre 2021

...poi impareremo insieme

Ho sempre avuto il timore che qualcuno mi chiedesse di insegnargli ad andare in moto perché non ne sono capace, anzi... avendo ottenuto la patente A insieme alla B praticamente nel tardo medioevo, credo di essere proprio io quello che avrebbe bisogno di un bel corso di guida.

Però alla fine è successo, e mi sono trovato catapultato in quella situazione che, normalmente, rende felice ogni motociclista: il primo giro in moto con mio figlio.

Sì, aveva il suo motorino e sicuramente avrà provato anche la moto di qualche amico ma non aveva mai fatto un vero giro su una vera moto.

Ha preso il foglio rosa e, come ampiamente previsto, me l'ha chiesto. Mi aspettavo la felicità, invece è arrivata la preoccupazione, accompagnata dal senso di inadeguatezza.

Non potevo, certo, sottrarmi a questo compito. Dovevo riuscirci e, conscio che non avrei mai saputo insegnargli a guidare una moto, dovevo farlo perseguendo il duplice obiettivo di passargli il valore della sicurezza ma senza spaventarlo o annoiarlo, per non allontanarlo da questa nuova passione alla quale si sta affacciando.

Pantaloni, giacca, guanti e scarpe recuperate un po' tra la mia roba e un po' tra quella di Roz; qualche raccomandazione, qualche indicazione su cosa fare e cosa non fare alla guida e poi si parte, lui con Etta, l'Himalayan, e io con Madi, la Shiver. Direzione la Valle Maira.


Come da tutti i giovani mi aspettavo da lui dimostrazioni di sicurezza e spavalderia e invece mi sono dovuto ricredere, trovando in lui molta prudenza, curiosità e perfino attenzione alle mie raccomandazioni.

Abbiamo fatto un primo pezzo di strada con me davanti e, negli specchietti, ho notato parecchia attenzione e precisione.

Poi, quando la strada non prevedeva più deviazioni, l'ho fatto passare avanti e, al di là di una guida ancora un po'... tesa (a volte sono ancora troppo teso io, dopo 45 anni di guida di motorini e moto), non ho notato la ricerca né della velocità né di stupire o impressionare, solo di apprendere.

Arrivati a Stroppo ci siamo fermati e gli ho proposto l'alternativa: sinistra, verso Acceglio, la strada e le curve continuano ad essere ampie e pulite, com'è stato fino a qui; oppure a destra, verso Elva, strada stretta, sporca, umida, con diversi tornantini e curve quasi sempre cieche.

- Quale vuoi fare?

La risposta mi ha disarmato:

- Se pensi che io la possa fare, mi piacerebbe provare a destra.

Ciò che avevo visto fino a lì mi ha convinto a... rischiare.
Due o tre tornanti e ci siamo fermati perché, da pessimo insegnante quale sono, non gli avevo spiegato come affrontarli, poi su, lenti ma inesorabili, fino ad Elva.

Una sosta sulla piazza, per confrontarsi sulla strada e sulla guida proprio come due veri motociclisti navigati.
L'avviso del fatto che scendere è più difficile rispetto a salire, poi giù, verso casa, dove Roz ci aspettava, senza dubbio in apprensione.

Tutto bene e, finalmente, è arrivata anche la felicità o, meglio, il senso di appagamento per aver fatto ciò che dovevo ma che temevo di fallire.

Pare che in casa ci sarà un motociclista in più e se saprà essere sempre prudente forse sarà un po' anche merito mio e il corso di guida sicura, magari, lo andremo a fare insieme, così imparerò anche io a guidare come si deve, chissà?!


domenica 24 ottobre 2021

Forse ne usciamo

Non voglio parlare di Covid, lo fanno già in troppi, ma del ritorno alla normalità che ogni giorno appare più vicino. Speriamo.

L'anno scorso non ho potuto fare il mio solito tour du foliage, durante la seconda metà di ottobre, perché prevede lo sconfinamento in Francia e ciò non era possibile se non in casi eccezionali.

Così tanti altri giri non sono stati fatti, perché anche girare in Italia, all'epoca, non era sempre facile o, addirittura, possibile.

Epoca, appunto. Quella da cui stiamo lentamente uscendo è un'epoca, che prevede un prima, un dopo e, purtroppo, un durante. Facendo i debiti scongiuri (in omnia pericula tasta testicula), mi pare che, fortunatamente, siamo più vicini al dopo, al punto che per fare le stesse cose che facevo due anni fa ho solo dovuto portarmi dietro il mio pass sanitaire ed esibirlo per potermi sedere nel dehor del bar e al ristorante.
Finirà anche questo.

Il tour du foliage è il solito, ne ho già scritto in questo post del 2018, dove avevo anche allungato un po' l'itinerario, e non voglio ripetermi nel racconto. Voglio solo comunicarvi la sensazione di normalità che pian piano sta prendendo forma dopo quasi due anni, quindi vi dirò solo che quest'anno i colori si sono arricchiti con i rossi dei semafori di qua e di là del Colle della Maddalena e con i bianchi dei tratti gelati su Allos, Des Champs e Cayolle ma, grazie anche ad una giornata ancora settembrina, niente è riuscito a disturbarci.

Ma restiamo in argomento, il ritorno alla normalità: a parte i giretti qua intorno, quest'estate qualche bel giro l'ho fatto:

  • a giugno nella Tuscia con gli amici del gruppo;
  • a luglio nel Quercy e in Camargue con Roz, poi il Jafferau da solo;
  • ad agosto in Catalunya in solitaria;
  • a settembre a Sisteron con Roz e nell'Ecrins, una volta in solitaria e una con Roz; 
  • a ottobre nella Cévennes in solitaria e il foliage, con Roz...

Insomma: pare che ce la stiamo facendo e, se riusciamo a continuare così, già la prossima primavera quest'epoca potrebbe essere solo un brutto ricordo.

Teniamo duro, quindi e buon riposo a tutti coloro che con la stagione fredda staccano e buona strada a coloro che, come me, continuano. Imperterriti.


domenica 1 agosto 2021

Cronaca di un giro fallito

Per il mio compleanno avevo deciso di regalarmi un giro in moto che sognavo da tempo.
Lo avevo progettato qui e prevedeva un bel po' di sterrato: Monte Jafferau e Assietta, con Etta, la mia Himalayan.

Lo premetto: non sono un esperto di off-road, anzi, mi ci sto avvicinando poco a poco e, leggendo, vi accorgerete del fatto che lo sto facendo nel modo sbagliato.

Il giro partiva da Cuneo, dove vivo, e all'andata prevedeva una deviazione per visitare la Colletta di Cumiana mentre al ritorno avrei fatto qualche Strada da Moto meno nota, come il Colle Lazzarà, il Colle della Vaccera, la Colletta di Paesana e il Colletto di Brondello (o Colletta di Isasca) ma il clou erano gli sterrati, il Monte Jafferau, con ovviamente il Monte Pramand e la Strada dell'Assietta, con la rapidissima sequenza (da ovest verso est) dei colli Basset, Bourget, Costa Piana, Blegier, Lauson e Assietta.

Con veicoli a motore non è possibile visitare Jafferau e Assietta lo stesso giorno in quanto il primo è transitabile solo il mercoledì e il sabato, mentre il secondo è transitabile solo gli altri giorni. Così ho previsto di fermarmi a dormire dalle parti di Sestriere e fare Jafferau il sabato e Assietta la domenica. Peccato che domenica fosse il primo agosto e che la strada dell'Assietta sia chiusa anche la prima domenica di ogni mese. Poco male: la chiusura scatta alle nove del mattino, quindi sarebbe stato sufficiente percorrerla entro quell'ora.

Partenza, da casa, alle 07:30, una sosta per la colazione, un'altra dal mio nuovo spacciatore di roba da moto... insomma, intorno alle 09:20 sono alla Colletta di Cumiana, stupito dalla grazia di quella strada, esaltata ancora di più dalla monotonia di rettilinei/rotonde del tratto appena percorso per raggiungerla.

Colletta di Cumiana

Scendo e mi avvio impaziente verso Avigliana, Susa, Chiomonte, sulla Statale del Monginevro, per svoltare a destra, verso Fenil, verso Pramand. Trascorso un km su una strada stretta ma gradevolissima, subito dopo Fenil, l'asfalto lascia posto ad uno sterrato pietroso e dissestato che mette subito sull'avviso chi arriva circa la difficoltà del percorso. Ovviamente la velocità cala improvvisamente e... si comincia.

Pietre, dissesto e qualche isola di fango rendono la guida molto impegnativa e cauta ma, tutto sommato, con la moto adatta e con la mia poca esperienza, si procede bene, in mezzo ad un ambiente che trasmette pace e serenità, unite alla potenza della montagna.
Fin da subito, sulla sinistra il vuoto, come un monito all'importanza dell'attenzione costante, continua. Per me che soffro di vertigini un monito molto sentito.

Salendo supero qualche moto (c'è gente ancora più prudente di me) ma più spesso mi sposto a destra per fare spazio a chi sale con moto e abbigliamento da cross, molto più velocemente e tracciando profondamente quella che è, probabilmente, la migliore traiettoria.

Arrivato al bivio per il Monte Pramand mi fermo per una pausa e per due chiacchiere con gli altri. Siamo tutti stupiti dalla bellezza dei paesaggi; i motori sono spenti e parliamo a voce bassa, rispettosi del silenzio che ci circonda.

Quando riparto svolto a sinistra, per quella che è la seconda tappa del giro, il Monte Pramand.
In poche centinaia di metri il fondo peggiora rapidamente, fino ad arrivare ad un primo passaggio veramente duro, che definirei più da trial che da enduro. Poco male: procedo pianissimo, superando pietra per pietra, buca per buca, cercando di aggirare gli ostacoli peggiori e chiedendomi se, visto che si torna dalla stessa parte, sarei poi riuscito a scendere, che per me è più difficile che salire.

Superato il passaggio, dopo qualche altra decina di metri tutt'altro che semplici, incontro un secondo passaggio, completamente diverso, composto da profonde fenditure, nella terra, praticate dall'acqua che dev'essere scesa abbondante nei giorni scorsi, e che ha lasciato un sottile strato di fango. Praticamente piccole montagne di fango disposte a casaccio, inframmezzate da canali diagonali abbastanza profondi e da rocce che spuntano aguzze. Mi rendo immediatamente conto di non potercela fare. Né a salire né, tanto meno, a scendere. Mi fermo un momento a pensare: lo spazio per girarsi è risicato ma di proseguire non se ne parla. Con tanta pazienza, un po' di forza fisica e mille manovre, giro la moto e torno sui miei passi, sconfitto da quella strada ed invidioso, nei confronti di chi ci sa salire.

Nella discesa, in quello che era il primo passaggio che avevo ritenuto difficile, nel giro di una frazione di secondo la moto salta su una pietra e si inclina verso destra, obbligandomi a buttarmi, istintivamente, a sinistra, facendo forza, con tutto il corpo, nel tentativo di rialzarla. Non cado, però sento un dolore lancinante subito sotto il rene destro. Non so cosa sia successo ma qualcosa tipo uno stiramento, uno strappo... non lo so, ma da quel momento, ogni sconnessione del fondo mi procura un po' di dolore e lì il fondo non è affatto liscio.

Continuo, nella speranza che il dolore sia una cosa passeggera e molto curioso di attraversare la Galleria del Seguret, più nota come Galleria dei Saraceni, lunga 876 mt e dalla pianta a U, costruita dai militari tra il 1925 ed il 1929. Appena entrati il cambio di luce impedisce di vedere ed il fatto che l'altra uscita sia dopo l'interminabile curva che la galleria disegna, fa si che si viaggi nell'oscurità più assoluta. Il faro della mia Etta e gli occhiali scuriti dal sole non aiutano molto a prevedere le asperità del fondo e, nemmeno, l'andamento della curva. Non sembra ma oltre ottocento metri in quelle condizioni sono lunghi e sfido chiunque l'abbia percorsa ad affermare di averlo fatto senza preoccupazione, anzi con un po' di paura.

Esco dalla galleria, mi fermo per fare due foto, poi percorro la sola curva che mi separa dal Forte al Seguret per fare una pausa, così come molti altri.

Due motociclisti che stanno facendo due passi lì intorno mi guardano, si danno un'occhiata tra loro e mi vengono incontro facendo segno di fermarmi subito: ho la gomma anteriore a terra, bucata.

Qualche fotogramma dalla mia cam

Vengo immediatamente preso dallo sconforto: con me non ho nulla per ripararla, mi sono stupidamente affidato alla fortuna. E adesso?

Parcheggio proprio di fianco al forte e quei due mi si avvicinano. Sono tedeschi e, in inglese, mi chiedono se ho l'attrezzatura per ripararla. Alla mia sconsolata risposta negativa, mi dicono che loro possono aiutarmi, se io sono d'accordo. Certo che sono d'accordo, e non so come ringraziarli.

Troviamo il chiodo piantato nel copertone, un chiodo piccolo, circa 15 mm., antico, di quelli fatti a mano chissà quanto tempo fa e che era lì, ad aspettarmi da un secolo, credo.
Si uniscono i due loro compagni di viaggio, senza lasciarmi lo spazio per fare o dire alcunché tirano fuori dalle loro piccole moto da cross tutta l'attrezzatura di un'officina e nel giro di venti minuti, chiacchierando con me del più e del meno, tolgono la ruota, scalzano il copertone, estraggono la camera d'aria, chiudono il buco con una patch, reinseriscono la camera d'aria, rimettono a posto il copertone, gonfiano la gomma con una bomboletta di aria compressa, rimontano la ruota e danno un'ulteriore gonfiata.
Incredibili, alla faccia di quelli che su Facebook inneggiano alla fratellanza tra motociclisti perché ci si saluta.


Ovviamente non sapevo e non saprò mai come ringraziarli: io non conosco nemmeno i loro nomi e loro non conoscono il mio, di loro so solo che sono veri motociclisti e, anche se non so chi siano, veri amici.

Nel frattempo, il dolore alla schiena si è acuito e non poco. Penso un attimo se continuare a salire, verso il monte Jafferau ma sono scoraggiato, sia dal dolore, che mi fa penare ogni piccolo saltino della moto, sia dalla gomma, perché non c'è modo di sapere se terrà o meno (ha poi tenuto benissimo!).

Già deluso dalla spugna gettata in precedenza, verso il Forte Pramard, scoraggiato dal mal di schiena ormai insopportabile, il senso di inadeguatezza che è sorto in me nel momento in cui mi sono reso conto di essermi avventurato in qualcosa di più grande di me, da solo, senza nemmeno preoccuparmi di procurarmi qualche attrezzo per ogni evenienza (su quelle strade una foratura non è una possibilità così remota), scelgo di proseguire tagliando la visita al Forte Jafferau e scendendo direttamente verso Bardonecchia e, una volta lì, di decidere sul da farsi.

Per i primi km il fondo stradale è più o meno uguale, e la mia schiena mi fa ormai gemere ad ogni pietra.
Quando, scendendo, ricompaiono gli alberi, sulla strada il fango è sempre più presente, il fondo che mi piace di meno; evidentemente nei giorni scorsi sul lato di Bardonecchia è piovuto di più, così il fondo sdrucciolevole e tutt'altro che in piano, impone rapidi spostamenti dei pesi per mantenere la direzione e la mia schiena continua a peggiorare.

Giunto all'Hotel Jafferau, dov'è possibile fare ancora un pezzo di sterrato, vedo che il cielo si sta minacciosamente scurendo, così decido di scendere direttamente a Bardonecchia e, proprio quando arrivo, si scatena un temporale con una bella pioggia battente che, presa su per i bricchi, mi avrebbe probabilmente portato a valle senza che io dovessi fare sforzi!

Mi rifugio in un bar e decido che il mio giro è finito, che indosso l'antipioggia e torno a casa a riposare e a curarmi la schiena. Ma non è così facile: da quel momento la pioggia smette solo quando mi fermo e riprende violenta, a volte sotto forma di grandine, solo quando riparto.

Tranne nel pezzo da Salbertrand a Susa, dove, giunto a Exilles, una lunga colonna di auto indica che qualcosa non va.
Raggiungo gli altri motociclisti in testa alla colonna e mi informano che un fratello ha avuto un incidente, non si sa ancora come, che gli è costato la vita. Vediamo andare via il carro funebre nel silenzio e, una volta ripartiti, per un bel pezzo nessuno ha superato i 70 all'ora. Come una processione silenziosa.

Ancora acqua e grandine, fino a casa, pensando che in fondo l'acqua, il mio buco nella gomma e il mio mal di schiena sono ben poca cosa in confronto a quanto successo a Exilles e che per capire veramente chi siano i motociclisti, bisogna avere la fortuna che ho avuto io ad incontrare quei quattro tedeschi.

Dimenticavo: ho montato la videocamera per fare qualche ripresa ma dopo il primo pezzo ho dimenticato di stopparla, così dopo, visto che non controllo mai se parte o meno, quando pensavo di avviarla la stoppavo e quando pensavo di stopparla l'avviavo. Ho delle splendide riprese del buio dentro al mio bauletto.
Infine, volevo tracciare il percorso con Location Of ma... non ha funzionato (e non so perché).

PS: oggi, domenica 1 agosto, ho letto che a Exilles, quel motociclista è solo scivolato sul fondo appena inumidito dalla pioggia ed ha avuto la sfortuna di incontrare il guardrail nel punto sbagliato.